25 anni online: da strumento per comunicare ad ambiente dove viviamo.

 Chi è nato dagli anni ’90 in poi, chi ha meno di trentanni, non comprende la trasformazione epocale che è avvenuta negli ultimi 25 anni.

Per mia fortuna o per mia sfortuna (non so decidere) sono uno dei migliaia di protagonisti che hanno vissuto in prima persona questo cambiamento.

Nel marzo del 1994 lasciavo i primi segni della mia presenza on-line: scrivevo le prime e-mail, chiacchieravo in chat e navigavo nei pochi siti web presenti come gli altri studenti universitari e pubblicavo i miei pensieri nella rete internet (eravamo pochissimi percentualmente ad avere pagine personali in un’epoca, inizio anni ’90, dove neppure le aziende avevano un sito web).

Posso affermare, senza timore d’essere smentito, che ero trai i pionieri della comunicazione web ed ho iniziato a farlo  ancor prima della nascita della definizione di “blog” (il termine weblog è nato nel 1997 abbreviato poi in blog nel 1999) raccontando i miei pensieri usando diversi metodi  e piattaforme (dal .plan all’attuale WordPress di Altervista.org, passando dal testo puro al HTML, dagli script JavaScript alle pagine dinamiche ASP e PHP, da immagini a 256 colori a bassa risoluzione ai filmati in 4K/Ultra HD).

Apparentemente nel 2019 sto facendo le stesse cose: scrivo ancora email (non più con elm ma con Outlook), uso ancora le chat (non più talk ma Skype), navigo ancora nel web (non più con Lynx ma con Chrome), pubblico ancora nel web, su diverse piattaforme in contemporanea, i miei pensieri assieme a foto, suoni e filmati .

Apparentemente facciamo le stesse cose, perchè in realtà tutto è totalmente stravolto.

Fino al 1999, Internet era un mondo parallelo e virtuale dove potevi trovare delle persone reali quali i compagni di studi, qualche professore universitario, alcuni lavoratori e pure qualche amico di vecchia data.  Con queste persone si scambiavano email, si chattava, si instauravano anche dei rapporti di amicizia che dal mondo virtuale e parallelo di internet potevano spostarsi nel mondo reale, ma c’era una netta separazione tra quel mondo parallelo e la vita quotidiana. 

A quel mondo parallelo si dedicavano poche ore a settimana e quando si chiudeva il computer ed il modem, tutto quello che accadeva in quello spazio virtuale rimaneva congelato fino a quando non si riaccendeva modem e computer.  Per accedere a quel mondo virtuale occorreva essere/andare in un determinato luogo fisico ben delimitato (università, ufficio e raramente agli inizi degli anni ’90 nella propria abitazione).

Ora quel mondo non è più parallelo e virtuale ma fa parte della realtà quotidiana.

Oggi abbiamo in tasca uno Smartphone (o due smartphone) e siamo connessi 24 ore su 24 (o almeno 14-16 ore su 24 – se lo si spegne quando si dorme, ma stanno diventando sempre di meno le persone che lo spengono di notte).

Ovunque ci troviamo (in mezzo alla città o in un rifugio di montagna) siamo connessi ad internet per “tenerci aggiornati” o “essere sempre raggiungibili in caso di bisogno“: queste sono le scuse che usiamo, prima di tutto con noi stessi e poi con gli altri.

Se negli anni ’90 si poteva stare senza essere connessi ad internet per settimane e solo quando si aveva di nuovo la possibilità, si leggevano le e-mail ricevute e si rispondeva, oggi rimanere offline è diventato praticamente impossibile in quanto fa parte della nostra vita quotidiana l’essere perennemente connessi.

Non sono solo i lavoratori a dover essere connessi per compiere la propria professione, ma anche gli studenti ormai ricevono le comunicazioni attraverso e-mail o altri sistemi di messaggistica elettronica.

Siamo talmente sommersi quotidianamente di e-mail e messaggi che, anche quando siamo in ferie, accediamo alla e-mail lavorativa “per vedere se ci sono cose importanti”, magari una volta al giorno invece che ogni 5 minuti di quando siamo al lavoro, ma non riusciamo a stare offline.

Sono sempre più rare le persone che riescono a non accedere alla posta elettronica del lavoro per una intera settimana (molto dipende dal ruolo e dalle responsabilità ricoperte), ma anche queste persone accedono almeno una volta al giorno alla casella e-mail personale o al/ai proprio/i profilo/i social.

Non è una questione di dipendenza come si potrebbe pensare, al giorno d’oggi accediamo alla rete perché è intrecciata con la nostra vita di tutti i giorni.

Nello stesso giorno puoi parlare faccia a faccia con una persona, proseguire il dialogo telefonicamente e concludere scambiandosi messaggi istantanei o e-mail.

Il dialogo faccia a faccia è sempre meno usato: anche quando si è a pochi metri di distanza (nella stanza/aula/ufficio accanto), si prediligono i sistemi di messaggistica rispetto al parlarsi di persona.

E questi messaggi sono sempre più ricchi di emoticons, stickers, gif, ovvero di “faccine” tristi o sorridenti, di piccole scenette che forniscono la chiave di interpretazione del “tono” di quanto scritto in precedenza.
Se sto scherzando e ridendo per farlo capire al/alla mio/a corrispondente inserirò faccine sorridenti e con la linguaccia, se devo comunicare la mia tristezza sceglierò una faccina triste o piangente, se disapprovo ci sarà una emoticons che farà capire all’interlocutore che non sono d’accordo.

Le emoticons, gli stickers, le gif sono diventate migliaia proprio per consentirci una migliore comunicazione o abbiamo smarrito il concetto stesso di comunicazione?

Vent’anni fa negli SMS si usavano i simboli di punteggiatura, i due punti seguiti da una parentesi chiusa 🙂 per indicare un sorriso, il punto e virgola seguito da una parentesi chiusa 😉 per fare l’occhiolino, ma era più una questione di lunghezza e costi degli SMS che di volontà di trasmettere le emozioni.

Non è più neppure una questione di età: se fino a qualche anno fa era un mondo precluso a chi aveva i capelli bianchi, ora non è più così proprio perchè parte della nostra vita quotidiana.  Il dialogo con le persone, lo scambio di opinioni avviene sempre più frequentemente scambiandosi messaggi.

Proprio per questo motivo, proprio perchè è diventato “vitale” poter comunicare con gli altri attraverso uno smartphone, i luoghi di grande e lunga frequentazione (centri commerciali, aeroporti, stazioni) offrono WiFi e postazioni di ricarica dei cellulari a disposizione degli utenti.

Ritorniamo a venticinque anni fa, quando si scrivevano ancora lettere manoscritte o cartoline illustrate ad amici, parenti e colleghi dai luoghi visitati per vacanza o lavoro. Negli uffici le cartoline ricevute venivano appese alle pareti come “trofei”. Ricevere molte cartoline dagli amici o dai colleghi, era una dimostrazione che avevano speso del tempo per te, che avevano pensato a te. Era una dimostrazione di amicizia e di affetto proprio perchè occorreva recarsi in un edicola, scegliere una cartolina adatta e rappresentativa del luogo visitato, scrivere l’indirizzo della persona destinataria (occorreva conoscerlo prima di partire), aggiungere una frase di saluti,  appiccicare un francobollo e spedirla. 

Per tenersi in contatto con gli amici lontani ci si scambiavano delle lettere manoscritte: ci volevano giorni perché la lettera arrivasse a destinazione e altri giorni perché la risposta dell’amico/a giungesse nelle nostre mani.   Eravamo abituati all’attesa, non pretendevamo risposte immediate e non sapevamo quando l’interlocutore avesse ricevuto la nostra lettera o se la risposta era in viaggio.

Le lettere venivano scritte la maggior parte delle volte prima in brutta copia e poi copiate su una carta da lettera scelta a seconda dell’importanza del/della nostro/a corrispondente. Difficilmente si improvvisava: le emozioni provate dovevano essere descritte a parole, non con emoticons e stickers asettici, per questo motivo era importante formulare bene le frasi.

Abbiamo perso la capacità di descrivere, attraverso le parole, le proprie emozioni. 

Oggi per descrivere un qualcosa che abbiamo vissuto, usiamo immagini e fotografie; mandiamo un cuoricino quale dimostrazione di affetto invece che usare le parole per descrivere quello che sentiamo.
Dichiarazioni, lettere, poesie d’amore sostituite da una emoticons stra usata e per nulla personale. 

Ora un messaggio, qualche secondo dopo esser stato inviato, compare sullo schermo del destinatario, che probabilmente risponderà velocemente perchè le aspettative del mittente sono quelle di ricevere rapidamente una risposta.

Questa necessità di velocità d’azione, ha ridotto drasticamente l’uso delle parole per commentare e comunicare le nostre emozioni, sostituito da un rapido click sul tasto “mi piace”.

Per sentirci parte di questo mondo, per sentirsi “appagati”, per non sentirsi esclusi, cerchiamo di avere un numero elevato di quei “mi piace” da parte dei nostri “amici”.

Trent’anni fa questi “amici”, ma meglio sarebbe chiamarli contatti, non sarebbero mai entrati nella nostra rubrica telefonica.

Chi ha più di trent’anni ricorda bene che la rubrica telefonica nel 1994 era cartacea e conteneva indirizzi delle abitazioni delle persone e numeri del telefono di casa (o dell’ufficio) degli amici e di quelle persone con le quali avevamo a che fare (colleghi di lavoro/scuola/università, fornitori di servizi quali idraulico, parrucchiere, elettricista, numeri degli uffici di nostro interesse e via dicendo).  Quando si entrava in contatto con una persona, se vi era un qualche interesse reciproco ci si scambiava il numero di telefono (quello “fisso” di casa o dell’ufficio) e se vi era maggiore confidenza/amicizia ci si scambiava l’indirizzo del proprio domicilio per inviare una cartolina dal luogo delle vacanze.

Già da alcuni anni la rubrica è una app per lo Smartphone e contiene migliaia di numeri di cellulari,  di contatti dei diversi sistemi di messaggistica (Messenger, Skype, WhatsApp, Telegram, Facebook, Instagram tanto per citare i più noti), indirizzi email e fotografie. E questa app è sempre più autonoma ed intelligente (?!?) in quanto aggiunge in automatico ogni tuo nuovo contatto di uno delle qualsiasi applicazioni che si usano al cellulare.  Abbiamo decine, centinaia e migliaia di indirizzi dei nostri contatti e qualora si esaurisce la batteria non siamo in grado di contattare nessuno. E non è perchè non ci sono cabine telefoniche pubbliche, ma perchè non conosciamo i numeri di telefono delle persone e sono scritti solo su piattaforme informatiche. 

Fino a qualche anno fa non facevamo neppure una copia elettronica di tutta la nostra rubrica e molte persone hanno perso i propri contatti. Ora la tecnologia ci è venuta incontro salvando sulla rete internet in uno spazio privato (ma sarebbe meglio definirlo come uno spazio non pubblico) tutti i nostri contatti.

Non solo, ora abbiamo la possibilità di usare i contatti di un sistema di messaggistica per cercare e comunicare con le stesse persone in un altro sistema di messaggistica. Così quando qualche persona ti chiama al tuo numero telefonico, ti compare la sua foto profilo di Skype. In alcuni casi puoi anche non avere registrato il suo numero telefonico sul tuo cellulare, è il “sistema” che lo collega in automatico ad uno dei sistemi di messaggistica e ti compare ugualmente la foto profilo dell’interlocutore.

Lo smartphone ci consente di essere contattati ovunque ci troviamo, ma nello stesso tempo siamo pure localizzabili con precisione.  Quante volte ci capita di entrare in un locale e vedersi arrivare  un messaggio che ti chiede come ti sei trovato in quel posto? 

Non solo, se scatti una foto ti viene chiesto se vuoi pubblicarla taggando il locale, e poi ti viene chiesto di dare un voto e scrivete una recensione.

Utile per sapere come si sono trovate altre persone in quel locale ma si è perso il concetto di autorevolezza dell’informazione.

Il voto ed il giudizio che fornisco su quel servizio o su quel locale dipende dai miei gusti personali, dalla mia disponibilità economica e dal mio umore di quel momento. Prendiamo una pietanza molto diffusa, la pizza. Ognuno di noi ha una differente concezione di pizza, ci sono pizze alte, basse, con i bordi gonfiati o piatte… sicuramente ognuno di noi ha avuto modo di mangiare diverse pizze. Andando nello stesso locale, ognuno di noi, per le proprie esperienze e per il tipo di pizza che sceglierà, darà un giudizio personale e non obiettivo perchè coinvolge un proprio gusto personale. Analogo discorso per il prezzo. Una pizza a 10 euro per qualcuno è economica per altri è costosa, ma molto può dipendere anche dal tipo di locale (bugigattolo o di classe) e dagli ingredienti della pizza stessa. Quindi anche in questo caso diamo un giudizio personale. Cosa rende comunque utili quei servizi di recensione dei locali? Che tante persone forniranno il proprio giudizio, tanti pareri personali, tanti voti dati dalle diverse persone che vanno a formare un unica media dei voti ed un giudizio complessivo. Se trecento persone hanno detto che è un locale economico e dieci persone che è caro, è più probabile che sia anche per noi economico.

Un tempo esistevano guide specialistiche create da professionisti (ad esempio la Guida Michelin) alle quali ci si affidava per conoscere le caratteristiche di un locale.  Guide che, per la professionalità di chi le realizzava, erano autorevoli ed affidabili. Solo il fatto di essere recensiti in determinate guide era un pregio.

Parlando di notizie in generale, le fonti autorevoli erano i telegiornali  ed i quotidiani nazionali ed internazionali.

Quando si riportava una notizia, questa veniva attribuiva alla fonte esatta, ad esempio si diceva “hai sentito cosa ha riferito il TG1?” piuttosto che “hai letto l’articolo sul Corriere della Sera?”, oggi invece viene indicata come fonte “internet” o “facebook” perché l’autorevolezza della fonte non è più riconosciuta come importante. 

Se negli anni ’90 un quotidiano forniva notizie false, veniva screditato e si ritrovava con meno lettori e di conseguenza con un guadagno inferiore e pertanto i redattori di quel quotidiano non avevano convenienza a dare notizie false.  Ogni quotidiano aveva una linea editoriale, a volte un po’ di parte, ma sempre nei limiti del consentito. Chi voleva approfondire una notizia, si informava da diverse fonti tenendo conto anche della tendenziosità del singolo giornale.

Oggi purtroppo le persone non sono più in grado di capire cosa vuol dire autorevolezza dell’informazione e danno lo stesso peso ad una notizia riportata da un quotidiano importante come Il Sole 24 ore e a quella riportata dal sito blogditizio.it.

Tizio (quello del blogditizio.it) guadagna sulle pubblicità presenti on-line, non sulla verità di ciò che dice, ma sulle visualizzazioni, e farà di tutto perchè la notizia colpisca, emozioni e confermi le credenze diffuse della gente in modo che venga subito condivisa dalle persone, in quanto più condivisioni vuol dire più guadagno per tizio. 

Come si comportano le persone quanto trovano una notizia che gli piace? Verificano la fonte? Verificano la notizia? Hanno qualche dubbio?

No, perchè fare una delle cose appena dette richiede intelligenza, costa fatica e tempo e si scontra con il concetto dell’immediatezza della risposta, e se una notizia racconta una visione del mondo uguale al nostro pensiero, anche se falsa e tendenziosa premiamo subito sul pulsante “mi piace” e la condividiamo tra i nostri amici che sappiamo la pensano più o meno come noi.

L’odierno internauta non è più in grado di attendere, tutto deve essere immediato e rapido e anche le decisioni vengono prese con rapidità e senza la giusta riflessione, senza meditare.

Tutto si è adattato a questo ritmo. Prodotti ordinati e consegnati in giornata o il giorno dopo, sistemi di messaggistica che prevedono  di informare il mittente se il destinatario ha visualizzato o meno il messaggio.

Visualizzato: questo il termine usato perchè un conto è vedere un messaggio ed un conto è leggerlo. 

Altro che attendere dei giorni perchè la lettera cartacea giunga a destinazione e altri giorni per avere una risposta, ora tutto si compie nel giro di pochi secondi.

L’immediatezza, il desiderio di volere commentare e condividere una notizia che ci piace, non ci fa ragionare sulla veridicità della stessa, la si condivide, si mette il “mi piace”, e si rimane pure soddisfatti che altri la pensino allo stesso nostro modo. Che importa se la notizia è falsa, tendenziosa, l’importante è aver trovato chi la pensa come me perchè questo vuol dire essere nel giusto. E così si fanno guadagnare persone (il tizio di blogditizio.it che ho citato prima) che contano proprio sulla cyberstupidità degli utenti.

Titoli creati ad effetto per incuriosire, immagini accattivanti, ed ecco catturato nella trappola il cyberidiota.

Purtroppo queste persone credono di essere nel giusto, di essere benpensanti solo perché quelle stesse idee sono condivise da altre persone.

Non importa se chi ha fornito la notizia ne ha già fornite centinaia di false, quella notizia siccome ci piace, soddisfa i nostri gusti,  viene condivisa e considerata vera. E se qualcuno smonta la notizia e dimostra che non è vera, non viene nemmeno preso in considerazione, anzi viene subito visto come un nemico che non capisce, come una persona schierata dalla parte avversa alla nostra. E’ sempre l’altro a sbagliare, ad essere di parte, ad essere tendenzioso, ad essere razzista o buonista, mai noi stessi. E intanto Tizio di blogditizio.it ci guadagna e ride.

L’uso che viene fatto della tecnologia ci sta rovinando, sta rovinando i rapporti personali, sta creando nuove paure quale quella di non far parte del gruppo, di essere “tagliati fuori”, di essere isolati. Ma davvero far parte del gruppo è così importante? Davvero seguire la massa, stare dalla parte della maggioranza è realmente la cosa giusta da fare? 
Davvero partire per le vacanze e stare in coda in autostrada per ore perchè tutti hanno preso la stessa decisione è realmente la cosa più intelligente da fare? 

Possiamo scegliere di farci influenzare dalla massa, dalla moda, dal desiderio di sentirsi parte di un gruppo o iniziare ad impegnarsi per cambiare questo nostro mondo e dare il giusto peso alle cose, un “mi piace” in meno ed un sorriso in più guardandosi negli occhi.

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