Mi piace, copia&incolla, condividi… e le emozioni esistono ancora?

Lavoro quale tecnico informatico (continuo a preferire il termine generico perchè più adatto a me) da più di vent’anni e sommando gli anni trascorsi da semplice appassionato (partendo dai primi esperimenti con l’ home computer Commodore 64 nel lontano 1984), posso vantare una esperienza tale da poter fare qualche riflessione sulla rivoluzione (informatico)sociale di questi ultimi dieci anni.

So che rivoluzione è un termine molto forte, ma nel significato figurativo del termine si intende uno sconvolgimento delle abitudini o dei costumi effettuato contemporaneamente da parte di diverse generazioni. Non importa se oggi (2019) tu hai 10, 20, 30, 40 o 50 anni perchè, nonostante le diverse esperienze e la differente epoca vissuta, il comportamento è, se non proprio identico, pressoché simile.

Facciamo un passo indietro: chi ha studiato prima degli anni 1995-2000 sa bene che le informazioni si trovavano nei libri, nei dizionari, nelle enciclopedie composte da dieci, dodici o anche venti volumi, ordinati in rigoroso indice alfabetico. Questi grossi e polverosi libri cartacei erano considerati preziosi quando contenevano fotografie, disegni o illustrazioni oltre alla definizione del lemma cercato.

Era consuetudine degli studenti andare a studiare nelle biblioteche perchè queste mettevano a disposizione diverse enciclopedie e/o libri dai quali prendere spunto per elaborare la ricerca. Si studiava, si prendevano appunti dai vari libri e poi si elaboravano le informazioni fino a produrre un qualcosa di originale e personale.

Oggi non è più così, le informazioni vengono trovate googlando e non si prendono appunti, ma si effettua un copia & incolla. Che sia la ricerca scolastica, la tesi universitaria o semplicemente per scrivere un “post” su uno dei tanti social network o simili, questa è la pratica più diffusa.

Devo pubblicare qualcosa? Ecco che effettuo una ricerca su google e copio ed incollo nel mio “stato” o in un “post” quanto ho trovato. Ho volutamente usato il termine “devo” e non “desidero” perchè molti (troppi) sentono come un dovere quello di pubblicare un “post”, si sentono in dovere di pubblicare un qualcosa destinato ad un vasto o ristretto pubblico, un dovere che nasce dall’esigenza di apparire, di esistere, di esserci.

Sì proprio “esistere”: pubblico qualcosa (usando internet) quindi esisto, sono “vivo”, faccio parte del gruppo. E’ un attirare l’attenzione su di se per essere gratificati da una serie di “mi piace” ovvero gratificati da dei semplici click di mouse o tastiera.

Non è così? Vi invito a dare un occhiata ai post pubblicati dai vostri “amici”, contatti o follower e guardate percentualmente quanti di loro pubblicano un loro reale e articolato pensiero (non un semplice saluto) e quanti invece:
– citano una frase famosa
– citano le parole o condividono la musica di una nota canzone
– condividono il post di un’altra persona/gruppo/azienda
– invitano ad un evento
– pubblicano una foto riguardante un’attività comune (cibo, visita ad un luogo noto, momento di studio o di lavoro, etc.)
– autoritratti o selfie (da soli o in compagnia) in un momento normale della giornata

Se la percentuale di “post” genuini/originali è superiore al 30% complimenti per la scelta della vostra cerchia di contatti.

Lo stesso vale per chi risponde/agisce a quanto scritto dai contatti/follower: la maggior parte di loro premerà semplicemente il tasto “mi piace” (o l’analogo tasto a seconda del social network usato) e passerà rapidamente ad un altro “post”/messaggio. E non saprà neppure dirti pochi minuti dopo a quanti post/messaggi ha premuto il “mi piace” o se lo ha fatto ad un tuo specifico messaggio/post.
Questo perchè è diventato un automatismo: premo “mi piace” non perchè realmente interessato da quanto hai scritto, ma per abitudine. Sì proprio per abitudine.

Due sono le eccezioni al cliccare il semplice “mi piace” e riguardano:
– il compleanno del contatto dove decine e decine di persone scriveranno delle banalità quali “auguri!” al quale il festeggiato risponderà con altrettanta banalità “siete tanti, vi ringrazio tutti con questo post non potendolo fare uno ad uno”
– post/notizie di cronaca o di politica dove entrano in gioco le tifoserie dell’una e dell’altra parte pronte a dare assoluta ragione o torto marcio a quanto riportato allontanandosi sempre più dalla notizia in se per giungere fino agli attacchi personali.

Perché succede questo? Dove sono finite le nostre capacità di analisi, di confronto e di relazionarci con gli altri? Dove è finita la libertà di espressione e la nostra tolleranza?

Vent’anni fa credevo fosse un qualcosa di meraviglioso la possibilità che ognuno di noi potesse liberamente esprimere la propria opinione e renderla pubblica con enorme facilità utilizzando quello straordinario mezzo di comunicazione chiamato internet. Credevo fortemente in questo, nella libertà della notizia, perchè speravo che le persone fossero in grado di comprendere e distinguere tra la notizia e l’opinione, tra la falsità e l’autenticità, tra l’autorevolezza e l’inattendibilità delle fonti di informazione.

Purtroppo non è così. La maggior parte delle persone non sa distinguere tra le diverse fonti e si lascia ingannare dalla diffusione (ovvero considera vera una notizia solo perchè ha una elevata diffusione) e dalla capacità ammagliatrice della notizia stessa (ovvero se la notizia concorda con la mia opinione personale la considero vera, se non concorda la considero tendenziosa o falsa).

Questa nostra incapacità di essere razionali e analitici è ben nota a chi si occupa professionalmente del social-marketing che si adopererà per rendere sempre più virale quanto viene pubblicato on line per i diversi scopi per i quali viene retribuito. E quali sono questi diversi scopi? Si riassumono in uno solo, quello di “vendere il prodotto” che questo sia effettivamente il prodotto di una azienda o che sia il modo di pensare di un partito/movimento politico.

Quanto più ci aggrada una notizia e minore sarà la nostra capacità di critica e/o di verifica dell’autenticità o della autorevolezza della notizia. Se questa notizia viene diffusa attraverso la rete internet, vista la semplicità ed immediatezza, una delle prime cose che faremo sarà quella premere il tasto “mi piace” seguito dal tasto “condividi” contribuendo così a creare una falsa autorevolezza.

O siamo talmente ingenui da credere che una società che vende ed imbottiglia acqua minerale sia sincera e ci dica che la qualità e le caratteristiche siano le stesse dell’acqua del rubinetto? Non lo farà perchè va contro i propri interessi. Questo vale in tutti gli ambiti: davvero vi aspettate che un politico vi dica che l’azione del suo avversario è giusta? Non lo farà (sono rarissimi i casi) neanche se lui stesso ha fatto la stessa scelta. Eppure nonostante questo vi sono migliaia di persone che pendono dalle labbra di poche persone che grazie ad azioni di social-marketing dicono quello che la gente vuole sentire anche se non potranno mai realizzarlo o comunque anche se è controproducente per la gente stessa.

Facciamo nuovamente un passo indietro a venti-venticinque anni fa… quanti tra quelli che esistevano all’epoca si sarebbero sognati di fotocopiare tutti gli articoli di giornale che ci piacevano per distribuirlo ad amici e conoscenti? Nessuno. E non lo avremmo fatto perchè oneroso sia in termini di tempo che di denaro. Solo in rari casi quali un articolo veramente interessante e/o riguardante un nostro/a amico/a, avremo fotocopiato e/o dato la pagina del giornale all’interessato/a.
Perché non applichiamo lo stesso criterio ora invece che condividere a più non posso ogni cosa?

Lo stesso (condividere a più non posso) vale per la nostra vita fisica (non la chiamo “reale” in quanto anche quella passata sui social network è ormai talmente interconnessa che non vi sono più differenze tra reale e virtuale): invece di vivere le emozioni le condividiamo istantaneamente depotenziandole. Cosa intendo dire?

Sto partecipando ad un concerto ed invece di godermi il concerto prendo lo smartphone e inizio a realizzare un video in diretta per… già per quale motivo lo sto facendo? Poco importa la risposta a questa domanda, quello che invece importa davvero che si sarà più concentrati a realizzare il filmato che a vedere il concerto stesso.

Stesso comportamento anche in altri momenti della nostra vita: il sole sta tramontando? Quale migliore occasione per scattare una fotografia e condividerla con i contatti? Magari ne scatto diverse così scelgo la migliore. Ma il tramonto l’ho poi visto davvero o ero concentrato a scattare foto attira like?

Post dopo post, pubblicazione dopo pubblicazione si entra sempre di più nella sfera personale: ecco la foto con il proprio/a compagno/a…in momenti sempre più personali se non addirittura intimi.

Per questo mi chiedo: siamo ancora in grado di vivere pienamente le emozioni?

Vent’anni fa o poco più, quando si incontrava una persona e la si voleva conoscere meglio le si diceva guardandola negli occhi: “Ti andrebbe di bere qualcosa con me?” ed era sottointeso che all’incontro partecipavano solo due persone, io e l’altra persona. Era un momento privato che riguardava due persone ed eventualmente chi per caso incontrava i due.

Oggi è ancora così? No, non è più così, oggi non vi sono più dei veri incontri a due o sono rarissimi.
Non sto parlando degli avventori del bar/pub che anche vent’anni fa erano presenti o alla casualità di incontrare altri amici nello stesso bar/pub, ma al fatto che la “lei” o il “lui” a quell’incontro sono accompagnati da centinaia di amici che non la (o no lo) lasceranno mai solo.

Non sono impazzito, voglio solo far comprendere che all’incontro ci presenteremo con il nostro smartphone accesso e connesso ai diversi social network e che durante l’incontro non saremo pertanto soli. Spegnere lo smartphone durante l’incontro? E perchè mai? Forse perchè così non ci si distrae e si vivono pienamente le emozioni e si notano anche i dettagli? Non sto parlando solo di un incontro tra una ragazza ed un ragazzo per vedere se si costruirà un futuro assieme, ma di tutti gli incontri tra amici e/o colleghi. Anche se magari ci si incontra per la breve durata di una pausa pranzo (40 minuti) non si riesce a scollegarsi dalla rete.

Allora per onestà, quando si invita qualcuno/a sarebbe da dire: “Ti andrebbe di bere qualcosa con me? Porto pure Sofia, Anna, Roberto, Silvia, Marta, Giovanni, Marco, Elisa, Sara, Gloria…. “
(NB: per i curiosi i nomi sono le persone attive su messenger nell’istante in cui scrivo)
E l’altra persona dovrebbe rispondere “certo, io porterò con me…. e via un altro elenco di trenta o trecento persone.”

Me lo chiedo di nuovo: siamo in grado di vivere pienamente le nostre emozioni?
E aggiungo anche un’altra domanda: queste emozioni riusciamo a comunicarle?

Dubito. Siamo troppo distratti e interconnessi per vedere quello che capita davanti a noi. Sono sempre più rari gli incontri dove si spegne il cellulare e ci si guarda negli occhi e si comunica anche in modo non verbale (ovvero attraverso la mimica facciale e/o nei gesti dell’interlocutore). Come comunichiamo le nostre emozioni? Premendo un “mi piace” o inviando un messaggio con delle emoticons.

Non siamo neppure più in grado di scrivere e descrivere quello che proviamo a parole, ma usiamo delle emoticons (nate come una sequenza di semplici caratteri che riproducendo in maniera stilizzata il volto umano dovevano esprimere delle emozioni si sono “evolute” sempre di più diventando sempre più colorate e realistiche). Ecco quindi la faccia sorridente normale, quella che lacrima perchè sta ridendo troppo, quella che arrossisce dall’emozione ed altre centinaia di “faccine” che dovrebbero trasmettere un’emozione.

Davvero trasmettono delle emozioni queste faccine? Ammetto che le utilizzo anche io, ma mi rendo conto di quanto si sia impoverita la comunicazione. Certo ora possiamo comunicare con centinaia di persone in contemporanea e rapidamente, ma sono tutte comunicazioni superficiali.

Questo il mio pensiero. Io preferisco vedere una smorfia o un sorriso a pochi centimetri da me che leggere sullo schermo di un telefonino una serie di cuoricini o faccine sorridenti. Non mi accontento neppure di una foto sorridente…. e a tal proposito che tristezza vedere certe fotografie.

Sono appassionato di fotografia e non giudico la qualità ma la veridicità della foto stessa, perchè un contto è migliorare una foto che non è venuta benissimo ed un conto è ritoccarla pesantemente.

Mi fanno davvero tristezza quelle foto dove si nota (io quanto meno lo noto subito) che la pelle del viso della persona non ha una imperfezione, dove il volto sembra di plastica anziché quello reale ed espressivo di una persona…. sono certo che tra i vostri contatti qualcuno/a ci sta.

Ma ci si può fidare di persone così? Persone che hanno paura a mostrarsi per quello che sono, che nascondono i propri piccoli difetti? No, io non mi fido. Se cercano di nascondere quello che è evidente, figuriamoci tutto quello che non è noto. E se ci fate realmente caso troverete decine di foto così, una più ritoccata dell’altra. Personalmente considero queste persone false ed ipocrite in quanto credono nelle bugie che fabbricano da sole. E se menti su te stesso e a te stesso, come si può pensare che su altre cose la persona sia sincera?

Queste le mie riflessioni su questa rivoluzione (informatico)sociale di questo ultimo decennio. Riflessioni che condivido con voi non per catturare like o per mettermi in mostra, ma solo perchè nutro ancora la speranza che vi siano persone in grado di riflettere e di fare qualcosa per ritornare ad essere esseri umani che comunicano guardandosi negli occhi e sorridendo e non (s)oggetti connessi.



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