Scioperare per il clima: un nuova moda?

Venerdì 27 settembre 2019 più di settemila persone hanno partecipato al 3° Global Strike For Future nel centro storico di Trento. Un corteo pacifico dove i protagonisti erano i giovanissimi (la maggior parte sotto i 20 anni) che hanno cantato, gridato e camminato per le vie del centro cittadino con i loro cartelli rigorosamente fatti a mano. A protestare assieme ai giovani, c’erano persone di ogni età, universitari, lavoratori e pensionati, che hanno deciso di investire il loro tempo per ascoltare le proposte fatte dai ragazzi e dalle ragazze del Fridays For Future. Persone che sono volute stare fianco a fianco, supportandoli in questa battaglia ambientale. Io ero con loro, in mezzo a loro, fiducioso per il loro e nostro futuro.

Il corteo in centro a Trento

Settemila persone non sono poche (il numero esatto è sempre difficile stimarlo in eventi che non prevedono un biglietto di ingresso, la cifra varia da seimila a diecimila persone) ma i soliti denigratori diranno che quelle settemila persone, che non conoscono nemmeno, sono tutte pecore senza cervello o diranno che la manifestazione andrebbe fatta in un giorno non scolastico o che manifestare non serve a nulla perchè non cambia nulla.

Ci sono genitori che orgogliosamente diranno che hanno proibito ai loro figli di saltare la scuola, proibito di andare in piazza minacciandoli con delle ritorsioni (chi proibisce per forza di cosa minaccia). Io posso anche rispettare la scelta di questi genitori, ma non il metodo, perchè credo che proibire non sia una soluzione. E non sto parlando di questa manifestazione, ma in generale.

Proibire non è educare, anzi è l’esatto contrario.

Educare: promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona, specialmente di giovane età .

Educare pertanto vuol dire insegnare a ragionare, ad analizzare i pro ed i contro di ogni azione, a sviluppare quelle facoltà che consentono ad una persona di saper scegliere quale sia la cosa migliore per se stessa, ad essere autonoma e matura. Quando si fa presente che proibire non è la scelta giusta, quei genitori sosterranno con forza che loro sono liberi di educare come vogliono i loro figli.
Eh già… parlano di libertà e poi tengono in gabbia i loro figli.

Come detto prima, rispetto la scelta, ma mi preoccupo per quei ragazzi: quando avranno un problema, si rivolgeranno fiduciosi ai genitori per parlarne o per paura non lo faranno? Considerato che i genitori non hanno usato il dialogo, non hanno spiegato i motivi per i quali andare a scuola invece che manifestare, come possono poi pensare che i figli si rivolgano a loro per spiegare i loro problemi?

Qual’è la differenza tra insegnare a comprendere i motivi per i quali vi è una determinata regola rispetto all’imporre una regola? Nel primo caso, comprendendo i motivi, la si applicherà non per paura delle conseguenze ma perchè la si ritiene giusta; nel secondo caso si cercheranno tutti i modi per non applicarla.

Un esempio pratico: se si capisce l’importanza delle cinture di sicurezza, le si indosserà appena entrati in auto anche per brevissimi tratti di strada. Chi invece le considera una imposizione, un obbligo, escogiterà diversi trucchi pur di non metterle. Chi comprende che quando si guida si deve porre la massima attenzione alla strada ed evitare ogni distrazione, non vedrà come una imposizione il divieto di usare il cellulare, mentre chi la vede come una imposizione lo userà ugualmente aumentano notevolmente la possibilità di incidenti stradali. Questa la sostanziale differenza.

Ritorniamo agli oppositori della manifestazione. Questi detrattori sosterranno che i giovani dovrebbero rinunciare al cellulare, rinunciare ad andare nei fast food, non farsi scarrozzare dai genitori e via dicendo.
Potrei anche essere d’accordo su alcuni punti, ma vorrei però ricordare che è facile dire agli altri di rinunciare a qualcosa e non essere i primi a farlo. A me risulta siano stati i genitori (quindi una diversa generazione rispetto ai giovani che ora protestano in piazza) a consegnare i cellulari ai ragazzi quando questi avevano 10 anni, e sono sempre stati gli stessi genitori che hanno scelto di portare in auto anziché a piedi i loro figli. Mi risulta pure che siano stati i genitori a prediligere i fast food (se nessuno ci andava prima di questi ragazzi sarebbero inesorabilmente falliti) rispetto ad altri modi di assumere il cibo. Certo, non tutti i genitori hanno fatto questo, sono pienamente d’accordo. Ma allora perchè tutti quei settemila giovani dovrebbero essere tutti così come descritti dai detrattori?

Possiamo credere che tutte le settemila persone scese in piazza siano stupide e incoerenti o possiamo pensare che qualcosa sta cambiando. Una cosa è certa: non si cambia il futuro denigrando chi era in piazza.

Qualcuno afferma che ci sono scienziati che non concordano sul cambiamento climatico. Va bene, ipotizziamo sia vero, ma anche se fosse vero, quello che propongono i ragazzi di Fridays For Future è sbagliato per la salute del pianeta terra? Ridurre la plastica e cambiare le nostre abitudini di vita consumistica è sbagliato?

E’ facile dire ogni cosa contro queste manifestazioni senza però dire nulla sulle proposte o fare delle controproposte. Molti negano pure l’esistenza dei problemi climatici e ambientali (ed hanno un grande coraggio a negare le isole di plastica in mezzo all’oceano) e continuano con quelle cattive abitudini che non aiutano certamente l’ambiente.

Qualcun’altro dice che sarebbe più utile anziché manifestare in piazza, far andare gli esperti a fare lezione nelle scuole. Ottima idea, ma perchè non è venuta in mente prima? Non è che questa idea sia nata proprio perchè gli studenti sono scesi in piazza? Quale la prima cosa che chiedono i manifestanti? Di parlare del cambiamento climatico. Benvengano quindi le lezioni nelle scuole, ma considerato che non esistono solo gli studenti, perchè non parlare del cambiamento climatico anche negli uffici e nelle fabbriche?

Una nuova moda questa dell’ambientalismo?

Magari lo fosse, perchè in tal caso spero contagi quante più persone possibili e sia una di quelle mode durature negli anni. Se invece di prendere un paio di scarpe di una precisa marca, diventa una moda emettere meno CO2 e fare qualcosa per l’ambiente, io ne sarei felice.

Nel mio caso non si tratta di certo di una moda, ho iniziato ad interessarmi della natura e dell’ambiente ancora prima della nascita dei giovani che oggi erano in piazza (ad esempio sono attivo e socio WWF dal 1996, ma ambientalista lo sono stato fin da bambino) e cerco di ridurre per quanto possibile il mio impatto ambientale, la mia impronta ecologica con tanti piccoli gesti quotidiani.

Ad esempio lascio ferma l’auto per i piccoli spostamenti e mi organizzo partendo in anticipo a piedi o in bicicletta; acquisto gli alimenti che hanno meno imballaggi o che siano totalmente riciclabili (carta/vetro/alluminio/acciaio); utilizzo per quanto possibile l’illuminazione naturale al posto di quella artificiale; prediligo l’acquisto di apparecchiature elettriche che consumano meno (è da trent’anni ad esempio che uso lampadine a risparmio energetico – ma qui sono stato facilitato dagli studi da elettrotecnico); regolo la temperatura della casa in inverno attraverso dei cronotermostati (perchè scaldare quando nessuno è in casa?); bevo l’acqua del rubinetto.

Questi stessi accorgimenti li utilizzo anche per il lavoro: sfrutto il più possibile l’illuminazione naturale al posto di quella artificiale; organizzo il lavoro in modo da ridurre per quanto possibile gli spostamenti (prediligendo e favorendo l’attività da remoto al posto di quella on-site – organizzando trasferte consecutive in modo da ridurre i chilometri percorsi); spengo completamente tutte le apparecchiature quando non usate (non lo stand-by ma proprio disalimentate), e via dicendo.

Oggi ero in piazza perchè vorrei che anche altre persone facciano come me, anzi meglio di me. Ero in piazza perchè dove non basta la volontarietà intervenga l’azione legislativa a favorire ma anche ad imporre il cambiamento.

Non c’erano solo giovani in piazza

Tantissimi erano i cartelli creati dai ragazzi. Qual’era lo scopo di questi cartelli? Quello di attirare l’attenzione e far meditare chi li leggeva ed hanno usato diversi metodi per attirare l’attenzione.

C’è chi ha usato frasi semplici e molto serie dicendo “non esiste un pianeta B” (alludendo al fatto che spesso esiste un piano B quando fallisce il piano originario).
Su un cartello si leggeva che “hanno saltato le lezioni a scuola per dare una lezione”, rivolgendosi in questo caso a tutte quelle persone che hanno visto nella manifestazione solo una scusa per non seguire le lezioni. Non è così, questo dicono gli studenti con quel cartello, non manifestano per saltare le lezioni ma per proporre un diverso modo di vivere, meno impattante. Questa la loro lezione, la loro richiesta.

Altri studenti hanno usato la tecnica dell’attirare l’attenzione con un argomento divertente per parlare poi seriamente dell’argomento proposto: ad esempio vi era un cartello con scritto “sesso libero” e subito sotto c’era scritto “ora che ho la tua attenzione parliamo di clima”; oppure il cartello portato da una ragazza che diceva che “vuole un uomo caldo e non un pianeta caldo” o quello di alcuni ragazzi che invitavano a “salvare il mondo perchè è pieno di fregna”.

Ora si può comprendere l’ironia di questi cartelli e riflettere sui problemi ambientali dimostrando un po’ di intelligenza oppure si può credere che i ragazzi vogliano solo sesso libero.

L’ironia dei cartelli per scuotere le coscienze
Non sbagliano sulla plastica, ma spero sbaglino sugli umani
Questi bimbi in primo piano arriveranno a diventare nonni?
Migliaia di giovani e di persone per le strade del centro storico di Trento

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